L'opera:

Intorno al 1885 la tavola risultava di proprietà della famiglia
Colluzio; successivamente passò nella collezione di monsignor Di Giovanni a Palermo nel 1889 (ancora di proprietà della famiglia
Colluzio), risultava attribuita a Duerer. Fu lo storico palermitano Di Marzo a metterla in rapporto con il nome di Antonello: ma la presenza di un'analoga versione nelle gallerie veneziane, per giunta firmata. Lo spinse a ritenere questa siciliana una copia. Nel 1904 Brunelli la identifica come opera di Antonello da Messina e la data al 1474. i restauri effettuati successivamente hanno tolto ogni dubbio sull'autenticità. La datazione rimane, invece, piuttosto controversa, e oscilla tra il 1474 e il 1476.Analisi stilistica:
La rappresentazione della Vergine Annunciata,
con il taglio a mezzo busto secondo gli schemi della ritrattistica
fiamminga, è soggetto assai ricorrente nell'attività di Antonello; ne
esistono tuttora due versioni originali: quella di Monaco, ove la Madonna è
raffigurata con le mani incrociate sul petto, e questa palermitana. La critica non è concorde nel riconoscere quale di queste due versioni autografe sia da identificare con la tavola vista a Venezia nel 1660 dal Boschini in casa del barone
Tassis. Si suppone che la tavola palermitana possa essere ritornata da Venezia in Sicilia attraverso un'unione matrimoniale, peraltro ancora da verificare. Sembra essere comunque l'opera di Monaco ad avere attraversato l' Italia intorno al 1475, forse portata dallo stesso Antonello durante il suo viaggio attraverso Venezia, come testimoniano alcuni dipinti direttamente influenzati da questo modello e che furono eseguiti in ambiente toscano intorno al 1480. la lezione toscana affiora più evidente nella tavola di Palermo, dove la figura della Vergine è costituita secondo uno schema geometrico ben preciso. La solida e armoniosa testa della Madonna è sostenuta dal manto a piramide, addolcito dalla vivacità del colore che riecheggia la figura fiamminga. La sensibilità di Antonello da Messina concentra qui ogni sua risorsa, fino a superare il visibile. Egli sceglie una soluzione nuova e ardita, mantenendo invisibile allo spettatore la presenza che viene a interrompere la lettura della Vergine. Il gesto della mano sottintende la sorpresa provocata dall'apparizione dell'angelo e la serena accettazione dell'annuncio. "La più bella mano che io conosca nell'arte" affermò il critico Roberto Longhi riferendosi a questo particolare.
L'influenza di Pietro della Francesca
E' durante la permanenza nella bottega di
Colantonio, a Napoli, che Antonello assimila il gusto per i colori vivi, tipico dei pittori fiamminghi, catalani e provenzali, ma è l'atre di Pietro della Francesca a marcare più profondamente la sua produzione artistica. La presenza insistente dei personaggi, il rigore delle pose costrette in un'immobilità silenziosa….molti sono gli echi dell'arte di Petro della Francesca nelle opere di Antonello da Messina. Ma, mentre Pietro scava nella figura fino a evidenziarne la geometria in contorni scabri, austeri quasi, le forme di Antonello restano immerse in un'atmosfera più dolce, che evoca la pittura di Giovanni Bellini, con cui ebbe contatti durante il suo soggiorno veneziano tra il 1474 e il 1478. |